‘NA TAZZURELLA ‘E CAFE’ PARTE 2

Mi riaggancio ad un articolo che scrivemmo circa un paio di anni fa sulla composizione ed il consumo di caffè. Il recupero dell’argomento è d’obbligo dal momento che ha aperto a Milano il primo negozio di Starbucks in Italia. 

Per chi non conoscesse questa realtà, stiamo parlando di una catena di caffetterie sviluppata soprattutto negli Stati Uniti che, ad oggi, conta quasi 30.000 punti vendita. All’interno dei negozi ovviamente si beve caffé, però si ascolta musica, si lavora, ci si collega ad internet, si mangia sandwich, si consumano tutta una serie di prodotti come bibite, dolci e yogurt e via dicendo. Il suo amministratore Howard Schultz dice di avere preso spunto dal caffè italiano ma la forza reale della catena è data dalla cura del cliente che, ovunque vada nel mondo, trova un ambiente replicato e, quindi, familiare. Sulla base di questi presupposti di marketing mi è venuto spontaneo spostare l’attenzione sulla città che è simbolo del rito del caffè, ossia Napoli.  Cercherò di spiegare l’atmosfera che ruota intorno ad una tazzina di caffè. Anzi ‘na tazzurella ‘e cafè.

Il caffè, a Napoli, perde una effe però acquista una o e diventa “o’ cafè“. Sorvoliamo sul rito del caffè fatto in casa per il quale rimandiamo ad uno splendido monologo di Eduardo de Filippo in “questi fantasmi” che potete godervi cliccando qui.

Parliamo, invece, del bar. Ogni cliente ha il suo bar, anzi il suo barista. O meglio, ogni barista ha i suoi clienti abituali di cui conosce abitudini ed orari. Spesso non è neppure necessario che il cliente domandi: il caffé è già pronto sul banco. Prima del caffè viene servito un bicchierino d’acqua fresca, in genere gasata, che deve essere bevuta obbligatoriamente prima. La sua funzione è duplice: pulisce la bocca da altri sapori per gustare il caffè e lo diluisce una volta arrivato nello stomaco in modo che non sia fastidioso.

Chi prepara il caffè staziona permanentemente nei pressi della macchina e l’ordine arriva o dall’addetto al banco nei bar più grandi oppure dalla cassa nei bar piccoli. Quando il barista prepara il caffè non può permettersi di fare altro. La tazzina deve essere calda al limite della scottatura per mantenere caldo il contenuto. 

Se il caffè è stato gradito è altrettanto grafito un ringraziamento accompagnato anche da una piccola mancia.  Usanza prettamente napoletano che adesso, fortunatamente, si comincia a rilevare anche in altre città, è quella del “caffè sopseso”. Al momento del pagamento il cliente ha la facoltà di pagare un caffè in più che non berrà ma lascerà a disposizione del bar perché possa erogarlo a chi non può permetterselo.  E’ una delle caratteristiche sociali della tradizione napoletana che, purtroppo, sta perdendosi.

Un ultima nota: il caffè al bar è un momento di aggregazione e pretende cinque-dieci minuti di dedizione assoluta. L’espressione “ci prendiamo un caffè” sottende il desiderio di scambiare quattro chiacchiere. Paga chi invita, in genere. Tra due persone di diversa età paga il più anziano. Tra uomo e donna paga l’uomo. Queste regole possono essere sovvertite se chi paga esprime il desiderio: “Posso avere il piacere (oppure l’onore) di offrire io il caffè?” Viene da se che la risposta degli altri non può essere che positiva.

Annotazione più scientifica: il caffè tipico napoletano, una miscela di “robusta” e “arabica”, contiene, per tazzina circa 40 mg di caffeina, un decimo della quantità limite giornaliera.

I beveroni di Starbucks arrivano a 300,400 mg di caffeina, dose massima giornaliera.

Paolo Morelli
tratto dal libro “Quante storie per una dieta”

 

 

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